Bananarama – They still got it

Sono passati esattamente 13 giorni dal concerto delle Bananarama a Londra e ancora non riesco a smettere di pensarci. Questo dipende certamente in parte anche dal mio essere ossessivo complessivo; dall’altro lato, è stato un evento talmente pazzesco che in fondo non penso di essere proprio così totalmente pazzo. La réunion dell’anno, del decennio… del trentennio, per me.

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Andiamo con ordine: come forse quasi tutti sanno, le Bananarama nella loro formazione originale (Keren Woodward, Sara Dallin e Siobhan Fahey) si erano sciolte nel 1988, quando Siobhan se ne era andata. I motivi della rottura erano diversi. Le 3 avevano vissuto in simbiosi totale negli ultimi 9 anni delle loro vite: da quando erano 3 scapestrate che volevano formare un band e vivevano come delle punkabbestia di oggi sopra lo studio di registrazione di Paul Cook dei Sex Pistols, fin quando, anni dopo, avevano avuto abbastanza soldi per comprarsi 3 case rigorosamente una accanto all’altra. Nel mezzo, c’erano stati 9 anni di promozioni intense dei loro dischi, un’altra coabitazione in un Council Estate e tantissimo partying spinto nei locali di quella Londra a cavallo tra gli anni 70 e 80 che oggi, per chi come me non l’ha vissuta, ha quella magica allure un po’ punk, un po’ synthopop e un po’ fumo-da-lacca-per-capelli.

Le 3 ragazze erano partite subito con le idee chiare: volevano formare una band, volevano cantare tutte e 3 e non ne volevano assolutamente saperne nulla di styling e decisioni prese da altri per loro. Nel mondo della musica anni 80, si sono mosse in formazione tenendo testa ai boss delle case discografiche (tutti uomini, all’epoca) e scontrandosi molto spesso con loro in fase di produzione.

Bananarama

Le Bananarama erano “le ragazze con cui tua mamma non avrebbe voluto che tu uscissi” (come hanno detto loro stesse in una recente intervista). Scrivevano i loro pezzi, studiavano le loro coreografie (anche se non stiamo parlando di capolavori in stile Britney Spears, onestamente) e soprattutto consideravano il fatto di fare musica come una “naturale estensione della loro vita nei club”. Questa girlband, che è stata il prototipo di tutte le girlband contemporanee, ha collezionato più entrate nelle classifiche mondiali di qualsiasi altro gruppo femminile e oggi è nel Guinness dei Primati.

Nel 1988 Siobhan, che nel frattempo si era sposata con Dave Stewart degli Eurythmics, se ne va a vivere a Los Angeles e abbandona il gruppo per seguire le sue ambizioni da solista. Si narra che uno dei tanti motivi del distacco da Sara e Keren (un’entità binaria di amiche che si conoscono da quando avevano 4 anni) fosse un pezzo di pizza abbandonato da Siobhan sul pavimento dello studio di registrazione. Se davvero le Bananarama sono finite a causa di un pezzo di pizza siamo di fronte a uno degli aneddoti più fantastici della storia del pop; è più probabile che alla base della separazione ci fossero normali attriti tra caratteri differenti e, come già detto, il desiderio di una delle 3 di spiccare il volo.

E Siobhan il suo volo lo ha spiccato: ha fondato il duo delle Shakespear’s Sister insieme a Marcela-Voce-Che-Spacca-La-Cristalleria-Buona-Detroit e ha avuto un buon successo commerciale in Inghilterra nei primi anni ’90.

Poi però ha rotto anche con Marcela Detroit ed è praticamente sparita per circa 25 anni, a parte aver pubblicato qualche altro album da sola, sperimentando musicalmente ai confini tra pop, elettronica, goth e registrazioni in camera da letto. Non si è fatta vedere molto in giro, e io lo so perché l’ho piantonata per anni su internet (ve l’ho detto che sono ossessivo compulsivo, no?) sperando che pubblicasse nuovo materiale o rilasciasse interviste o presenziasse a un qualche evento mondano.

Perché questa ossessione per Siobhan? Perché a me la marginalità affascina, penso si sia capito. E poi perché, a differenza delle sue ex e ora nuovamente compagne di band, Siobhan ha corso dei rischi, ha provato a fare qualcosa di diverso e ci è anche riuscita con successo, per un certo periodo.

E poi devo ammettere che sono affascinato anche dal fatto che a 59 anni suonati ne dimostri 15 in meno senza, almeno all’apparenza, mostrare segni di chirurgia evidenti.

Dall’88 a oggi, una reunion “seria” delle Bananarama è stata la cosa meno probabile al mondo. Le 3 si sono riunite solo una volta nel ’98 per cantare una cover di “Waterloo” degli Abba in occasione di una manifestazione progettata per fare concorrenza all’Eurofestival (e se non ne avete sentito parlare potete dedurre quanto successo abbia avuto) e nel 2002 per una esibizione a sorpresa al G-A-Y di Londra. Tra l’88 e il ’91 una povera sventurata di nome Jacquie O’Sullivan ha provato a sostituire Siobhan come terzo elemento della band, senza successo.Bananarama_cr_Dave Hogan_1990.jpg

Sopra: Keren, Sara e la povera Jacquie O’Sullivan che mai si integrò davvero nella band.

Per tutti questi motivi, quando ad Aprile ho scoperto che questa volta si riunivano davvero ho prima di tutto avuto una sincope e poi mi sono precipitato a comprare i biglietti. Incredibilmente sono riuscito a trovarne due e dal 26 aprile al 19 novembre, oltre a ripassarmi tutta la discografia, ho passato le mie giornate a pormi domande pressanti e importanti: “sapranno ancora cantare in 3?” “balleranno o avranno la sciatica?” “faranno riferimento al fatto che Siobhan se ne sia andata?” “Siobhan canterà magari UNA canzone del suo periodo non-Bananarama, visto che nella mia ossessione compulsiva ho imparato a memoria anche la sua, di discografia, e su Spotify ho una playlist intitolata Siobhan, fa minga ingann dedicata solo a lei?”

Per fortuna il 19 novembre è arrivato e queste mie domande hanno trovato ognuna la sua risposta.

L’Original Line Up Tour delle Bananarama parte già come un evento unico perché fino a quando Siobhan se n’era andata una prima volta dalla band, le Bananarama non avevano MAI fatto un tour insieme. Perché erano state troppo impegnate a promuovere i loro dischi in tv e radio.

Il tour è andato sold out praticamente subito in quasi tutte le 23 date sul suolo inglese ed è stato esteso al Nord America per il 2018.

All’Hammersmith Apollo, prima data di una doppietta londinese, la gente era in delirio per loro. E non solo perché la maggior parte (tutti ultracinquantenni) si era fatta largo sugli spalti e in platea portandosi bottiglie di vino e barili di birra comprati al bar del teatro: oltre all’odore di alcool, l’aria era satura di quell’euforia da serata Amarcord. La cosa più sconvolgente è stata che non appena si sono spente le luci e la musica è iniziata si è capito subito che le Bananarama non erano lì per una serata Amarcord ma per un concerto serio, pieno di energia e di voglia di divertirsi.

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La scaletta, poi, ha rivelato un’altra verità su di loro: in quasi 40 anni di carriera le Bananarama hanno sfornato una quantità di hit davvero notevole (tutte presenti durante la serata) ma hanno prodotto anche piccole perle che pur essendo musicalmente molto anni Ottanta conservano un’ingenuità e un’orecchiabilità che oggi non si usa più. Uno dei momenti più smaccatamente emozionali è stato quando al termine di Cheers Then (pezzo che parla un’amicizia di vecchia data che finisce, non prima però di un ultimo brindisi per omaggiare gli anni trascorsi insieme), Siobhan si è alzata e se ne è andata dietro le quinte, come per mimare la separazione avvenuta quasi 30 anni prima dalle altre due.

Subito dopo, sono partite le note di Stay, la hit numero 1 per 4 settimane consecutive in UK che nel ’92 aveva segnato il trionfo post Bananarama di Siobhan, che è rientrata in scena durante il ritornello accompagnata da un’ovazione. Simbolicamente, il cerchio si è chiuso: la pecorella smarrita è tornata all’ovile, ciò che è stato è stato, anche i fan più invasati di Siobhan (io) sono contenti e soprattutto “Friendship Never Ends”. Emozioni molto lineari e semplici, uno show didascalico ma non per questo poco intenso: anzi, incredibilmente forte proprio perché così vicino alla realtà. E le 3 ex ragazze (che tutte e 3 paiono delle quarantenni) sembrano essere rimaste davvero le stesse anche nel modo di fare. Alcuni esempi? Dopo il primo pezzo della scaletta (Nathan Jones), Keren ha salutato il pubblico citando il ritorno di Siobhan sul palco e lei,  burlona, come se stessero chiacchierando al bar ha risposto “Yes, I am having a crap time”. Appena finita Stay, Sara ha detto al microfono, “Ok, Siobhan’s crying, here we go again”. Come se non fossero passati affatto 29 anni e, in fondo, non si trovassero su un palco di fronte a centinaia di persone.Anche le coreografie sono le stesse: approssimative a dir poco, ma proprio per questo imitate da praticamente tutto il pubblico durante lo show.

Le Bananarama non sono certo Céline Dion, Barba Streisand e Aretha Franklin insieme su un palco per uno show con capacità vocali da far rabbrividire per la loro bellezza… ma è proprio per questo che piacciono. Sono incredibilmente UMANE perché cantano ancora all’unisono come hanno sempre fatto, e ci riescono ancora esattamente come facevano 30 anni fa. Il concerto, che poteva anche durare un po’ di più rispetto alla sua ora e mezza per quanto mi riguarda, ha sicuramente parificato i conti con una fan base che aspettava di vedere la formazione originale delle Bananarama su un palco da quasi 3 decenni, ma ha anche messo in scena la vera essenza di quella che è la musica pop: qualcosa che unisce le persone, le fa divertire senza pretese e, tutto sommato, proprio per questo dimostra di avere ancora vita lunga.E quindi lunga vita al pop, all Bananarana e alle reunion! (Spice Girls, can you hear me?)

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